Cuba Havana me

Cuba 2017 – Havana, Giorno 1

13 giugno 2017, Cuba, l’Havana, Giorno 1

Sono diretta a L’Havana, Cuba, da Roma, nel primo giorno di ferie.

Quando sali su un volo che durerà 10, 11, 12 ore, e sei sola, la primissima cosa che pensi è: avrò il posto accanto al mio libero?

Quasi sempre, se il posto che hai scelto è nelle prime file e quindi puoi concederti il lusso di stendere per bene le gambe, la risposta è no.

Quindi la seconda domanda che ti poni è: sarà una persona”piccola”?

Piccola nel senso di spazio, sempre per il motivo di cui sopra: l’aeroplano ha uno spazio finito, quindi più spazio hai nelle tue più prossime vicinanze e meglio è. Quindi, se il posto accanto al tuo non è vuoto, vuoi che sia occupato da un hobbit. O un bambino. No scherzavo, un hobbit.

Quasi sempre, se il posto che hai scelto è sempre quello di cui sopra, e quindi puoi allungare le gambe, il posto verrà invece occupato da:

  1. una persona molto grassa
  2. una persona molto alta
  3. una persona che combina i punti 1 e 2
  4. una persona che ha addosso a se un’altra persona (e questa seconda persona piangerà, ovviamente)
  5. il principe azzurro

Ovviamente il punto 5 esiste solo nella narrativa, la realtà sceglie quasi sempre un incastro tra la 1, la 2 oppure direttamente la 3.

Salgo sul mio volo Alitalia quindi (menziono il nome solo perché c’è un fatto interessante) pensando a questo.

Prendo posto, apro il sacchetto contenente cuscino, coperta e cuffiette e attendo paziente per comprendere il mio avvenire.

Arriva un omone, alto, non grasso, ma molto alto, evidentemente del sud italia, che si posiziona accanto al mio 12L, lamentandosi del fatto di aver dovuto pagare due volte il posto comfort perché il sistema non aveva registrato correttamente la sua prenotazione.

Ora, quando sai che davanti a voi ci sono 11 lunghe ore diurne di volo, la scelta più saggia per entrambi è quella di non parlare all’inizio, per varie ragioni:

  1. se avrai sonno sarà rude smetterla di parlare perché l’altro potrebbe pensare di essere noioso o poco intrattenente
  2. se è antipatico dovrai fingere avere sonno e quindi combinare la 1 con una fake sonnolenza non proprio facile da portare avanti per ore e ore
  3. se avrai voglia di leggere o guardare un film o fare qualcosa da sola nel tuo cervello dovrai congedarti dalla conversazione, restando però seduta appiccicata al tuo vicino, il che trasformerebbe la situazione del congedarsi in una lunghissima corsa in ascensore guardando ognuno un punto nel vuoto

Quindi, la soluzione ideale è non parlare. Per almeno 4 o 5 ore.

Inoltre, c’è anche una altissima probabilità di incontrare un italiano vero su un volo così: l’italiano che “stà a andà a pià er sole ar resorte perché mi moje nun ce la fa cor callo, c’ha già le cardàne”, l’italiano che non vede l’ora di battere le mani all’atterraggio, l’italiano che “ao amò! (con la famosa mano a cucchiara, in corridoio) me passi a gazzetta che sta dentro-a-a borsa tua? nun me fa venì lla, che me so torto le scarpe già che sinnò me se gonfieno li piedi!”. Potrei continuare per ore ma la pianto, ci siamo capiti.

Quindi, la soluzione ideale è non parlare. Per almeno 6 o 7 ore.

Quindi il volo sta per concludersi. Abbiamo mangiato (male, ovviamente), abbiamo dormito (poco, i sedili sono più duri del dovuto), ci siamo acciaccati i piedi per scalvarci per andare a fare pipì mentre l’altro cercava di dormire, abbiamo bevuto (tanto, per cercare di dormire, dopo aver mangiato male), e adesso siamo tutti elettrici all’idea che tra poche ore atterreremo nell’aeroporto Havana Jose Marti. Le palme ci attendono e dal finestrino posso già vedere l’azzurro splendente dei Caraibi, che in fin dei conti pure che il pranzo era una schifezza chi se ne frega, sto arrivando a Cuba!

Vado a prendere un caffè e l’equipaggio mi racconta di come di recente per la situazione Alitalia gli aerei siano cambiati, per cui ora, anche su un volo di oltre 8 ore, non possono più servire pranzo e cena oltre alla merenda, ma solo un pasto e la merenda. L’aereo viene equipaggiato con i pasti di andata e ritorno, e quindi non c’è spazio nella cabina per mettere 6 pasti. Mi sembra una cosa molto triste, ma giustifica in parte il fatto che mio volo sia costato davvero molto poco (500€ a/r, credo nessuno lo abbia mai pagato così poco).

A questo punto del tragitto, comunque,  sei autorizzata a girarti su te stessa una volta tornata al posto e, se uno spunto di conversazione casualmente capita a tiro, fare qualche domanda al tuo vicino.

Scopro così che l’altissimo uomo accanto a me non solo non è un napoletano con la parmigiana di melanzane nella cappelliera ma un ingegnere docente all’università che costruisce pale eoliche a San Rufo, ma anche una piacevole persona che mi racconta di come alle volte gli Airbus (airbus, io non lo sapevo, è il nome di un’azienda) vengano utilizzati per dei voli parabolici con i piloti spaziali per insegnare loro la sensazione di assenza di gravità in volo, se rinasco voglio fare questo mi sa.

Nelle poche ore che restano mi racconta della sua vita al suditalia e mi chiede della mia in capitale, mi illumina sulla famosa Cucchiarella di Vatolla, tanto dura da non rompersi quando la dai sulle chiappe di un adolescente scapestrato, e mi lascia con un famoso detto popolare: “Quando accarisce lu cristiano”, che cosa voleva dire non me lo ricordo.

-> Mimmo, se stai leggendo questo post, mi ricordi cosa vuol dire quando accarisce lu cristiano? :)

Stiamo atterrando e dopo un rapido saluto sul finger passiamo al controllo passaporti per poi recuperare i bagagli e uscire dall’aeroporto.

E invece no, perché non si sa dove, ne quando, doveva venirci consegnato un foglietto da compilare per poter passare l’ultimo controllo, quindi, unendo le forze con altre ragazze, recuperiamo i foglietti, recuperiamo le penne, firmiamo i fogli, li consegniamo alla muta signorina che ci attende al varco e ci gettiamo in strada già sudate.

Consiglio numero 1: sappiate che a Cuba si suda. Sempre. Tutto il tempo. Assai. Pure se ci vai in bassa stagione come è adesso. La notte, il giorno, da fermi, in movimento, all’ombra, al sole, in acqua, sotto il diluvio universale. Si suda e basta, ma il sudore posso assicurare diventa sin da subito uno stato mentale di cui poi dopo un po’ ti dimentichi (finché non cominci a spellarti, ma questa è un’altra storia).

Quindi, sudata, esco e vado a cambiare il mio denaro, il che ci porta subito al consiglio numero 2: non è vero che a Cuba ci si va solo con la Poste Pay. Gli ATM ti danno i soldi anche se la tua carta è Mastercard.

E lo dico con enorme soddisfazione e voglia di rendermi utile, dato che ovunque sempre e comunque l’unica informazione certa su carte a Cuba era “Portati una PostePay Visa Electron e stai tranquillo”. Ma, dato che le poste non la distribuiscono più senza avere un conto, sono arrivata a Cuba piena di contanti, legati con l’elastico, che quando me li hanno cambiati si è pure rotto perché sono diventati ancora di più.

Una cosa che per i primi 4 o 5 giorni mi ha dato molto pensiero, con l’ansia di perderli, di non poterne prendere altri, un incubo. Invece no, si può prelevare anche con Mastercard, come in qualsiasi altro posto (ma io questo lo scoprirò al giorno 13, e vabè).

Cambio i soldi, incontro il mio taxista (organizzato dalla casa particular per 30 CUC), che mi porta nel mio primo luogo di residenza, l’Hostal Peregrino El Encinar a l’Havana Vieja.

Ho prenotato questa camera online, per 3 notti, e mi sono sempre chiesta come abbiano fatto a rispondere alle mie email quasi quotidianamente, sapendo già delle difficoltà di connessione ad internet a Cuba.

Cuba - Camera Havana Peregrino

Scopro che questa “casa” è in realtà una sorta di azienda, con oltre 4 alloggi dislocati nei 4 punti focali de l’Havana, con camere pulite, lenzuola e asciugamani cambiati quotidianamente (se pensate che sia scontato sappiate che – consiglio numero 3 – a Cuba non lo è, a meno che non spendiate 300/400€ a notte in Hotel – non esiste una fascia intermedia tra questo e l’hotel), bagno privato con acqua calda, colazione con frutta fresca, salato, pancake e omelette preparate al momento, aria condizionata, ventilatore e tv (non si sa per farci cosa, ma c’era anche la tv).

Sono confusa e un po’ stanca ma non ho nessuna intenzione di chiudermi in camera alle 7 di sera, quindi esco per la mia primissima perlustrazione della città.

Sono finalmente qui, dopo mesi di pensarci all day e dopo mesi di attesa per avere uno stop: uno stop da tutto, dal lavoro, che amo e che mi soddisfa, ma che spesso per il mio carattere e la mia attitudine diventa totalizzante, stop da relazioni complicate, senza ne capo ne coda che poi ti lasciano solo l’amaro in bocca – se va bene, perché l’ultimissima mi ha fatta proprio incazzare peraltro -, dopo mesi di corse contro il tempo e contro i treni, che sono sempre in ritardo, poco efficienti e che ti complicano la vita, dopo mesi di non ho capito in quale città dormo stanotte e se ho il cambio, dopo mesi di non-stop.

Non so perché ma credo che le persone si dividano in due categorie: quelli che hanno intrapreso un percorso e che seguono passetto passetto quello che hanno deciso e che li fa stare bene (novità rispetto al passato!), e quelli che semplicemente non lo hanno fatto. Hanno deciso di vivere alla giornata, o alla mesata, passando da questo a quel lavoro, da questa a quella vita. Io sono una di quelle che è sul percorso, ma non riesco a far tacere la Lavinia che in me si continua a chiedere cosa sarebbe successo se non lo avessi fatto.

Perché non lo puoi sapere, cosa saresti oggi se avessi preso lo zaino a 18 anni senza avere una mira, ma sai cosa puoi essere quando decidi di metterti quello zaino in spalla e partire, pure a 31 anni, all’avventura, anche se solo per due settimane, senza sapere dove andrai, con chi ci andrai, cosa vedrai e perché sarai lì.

Esco per strada e seguendo la mia -di solito- molto affidabile Lonely Planet arrivo in Plaza Vieja per cenare al Cafe Bohemia.

Cuba - Havana Cafè Bohemia

 

Il breve tragitto a piedi mi catapulta in un mondo completamente incomprensibile.

Sì, la prima sensazione è che di Cuba non ci capisci un tubo: pensi alla musica e alle palme, e ci sono in effetti, alla gente che balla beve e rum, e c’è in effetti, ma poi c’è anche il calcestruzzo accumulato su se stesso in mezzo alla via con vecchi taxi che fanno lo slalom a duecento all’ora per evitarlo, c’è la musica cubanama soprattutto le hit Reggaeton del momento, ci sono strani incroci di strade in cui una folla di gente sta in piedi davanti al cellulare appoggiata ad un palazzo.

Non ci capisco niente, forse devo mangiare (tanto per fare una cosa nuova, appena parto in viaggio mangio come una vacca). Mi siedo e in tre secondi mi rendo conto che il menu è in italiano e contiene pizza, pasta e parmigiana di melanzane. Sto per abbandonare il tavolo quando penso che sia troppo bello il posto per andarmene, così ordino del riso e scampo il primo suicidio alimentare.

Cuba - Havana Plaza Vieja

Mangio guardandomi intorno, quando tutto ad un tratto arriva un giovane barbuto, stile Into the Wild (I know that you will appreciate Piers!), che mi chiede se la mia cena fosse commestibile e se può sedersi a fare quattro chiacchiere. Ancora non so che questo ragazzo di Cambridge con i suoi amici diventeranno i miei compagni di viaggio per quasi la metà della mia permanenza a Cuba, ma iniziamo a raccontarci e finiamo a bere il mio primo mojito sul rooftop dell’hotel Ingleterra, da cui puoi vedere tutta la città e la vita scorre ascoltando musica – salsa – live con il venticello in faccia.

Torno a dormire molto presto nella mia camera per recuperare il jat lag, ma ci diamo appuntamento da veri cubani acquisiti alle 12 del giorno dopo al medesimo hotel per una camminata esplorativa. No phones is started.

Mi addormento pensando a quanto la mia camera sia dolce, e a quanto dolce vorrei che fosse anche la mia vita.

 

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